Aggius il paese del bel canto...

L'Associazione Culturale Matteo Peru nasce col proposito di non perdere quanto seminato negli anni dal maestro e anzi di proseguire nella sua traccia, promuovendo la pratica del canto e la riscoperta delle autentiche tradizioni popolari.

intro

Le origini

La storia del primo coro di Aggius e del suo incontro con Gabriele D'Annunzio al Vittoriale.

Leggi tutto...

Il Coro di Matteo Peru

Matteo Peru è stato il più significativo interprete dei canti di Aggius. Fonda il Coro nel 1953 su invito del fratello Nanni.

Leggi tutto...

Primo Coro di Aggius

Il primo coro di Aggius

Quando si costituì il primo coro di Aggius? La domanda è quanto mai imbarazzante e rischia di rimanere senza risposta perché, a tale proposito, non si hanno notizie precise. In una lettera che Gabriele D’Annunzio consegnò a Giuseppe Andrea Peru durante la permanenza del coro di Aggius nella villa del Vittoriale, il poeta pescarese definisce il coro di Aggius “antico quanto l’alba”. Che cosa intendeva? Al di là dell’espressione sicuramente iperbolica, possiamo però affermare che il poeta intendeva riferirsi ad un’origine molto lontana nel tempo e, se vogliamo dare delle indicazioni temporali alquanto approssimative, si può tornare indietro ai primordi della polifonia. Quasi certamente nacque in chiesa e rimase strettamente legato alle due confraternite del paese, quella del Rosario e quella di Santa Vittoria. I confratelli cantavano tutti e forse inizialmente non ci fu un vero e proprio coro ufficiale, ma l’occasione era data dalle cerimonie religiose durante il corso dell’anno liturgico. In seguito arrivarono i canti profani che, molto spesso, erano tratti dalle melodie religiose, con la sola variante del testo, adattato alle occasioni mondane. I canti di origine esclusivamente profana sono abbastanza pochi e, probabilmente, nati in tempi più recenti.
Sulla base delle informazioni che ho potuto raccogliere dai più anziani del paese, si può affermare che il primo coro di cui si hanno notizie e che raggiunse una certa notorietà in campo nazionale, iniziò la sua attività, più o meno, verso l’ultimo ventennio del diciannovesimo secolo: nessuno, però, è stato in grado di indicare una data precisa, mentre sono stati tutti concordi nell’affermare che nei tempi passati in paese cantavano tutti, molto più di oggi. Il primo coro di Aggius, così lo chiameremo in quanto non si ha nessun tipo di documentazione né scritta né orale riguardo ad altri precedenti cori, era composto da:

Francesco Aunitu (Cicciu)                           bozi
Giorgio Spezzigu (Gjiogliu)                           tippi
A. Pietro Cannas (Anton Petru)                    contra
Pietro Sanna (Petru)                                      bassu
Pietro Paolo Peru (Petru Paulu di Migalina)     falzittu.

Il coro cantava soprattutto in chiesa durante le festività religiose più importanti, ma anche durante la messa della domenica, la missa manna Eseguiva i canti liturgici e soprattutto l’ordinarium missae, ossia le cinque parti fondamentali che corrispondono al Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei. Non mancava alle feste campestri, ai banchetti nuziali, alle serenate notturne, agli incontri in piazza per segnare con il canto il ritmo dei balli tradizionali; ma era presente anche ai riti funebri in occasione dei funerali e della commemorazione defunti. Esiste, infatti, una messa da requiem, in latino che è cantata in coro. Ora non si canta più, ma in un passato non troppo lontano era eseguita molto spesso, in occasione del funerale di qualche alto personaggio e nel periodo della commemorazione dei defunti.
 La bellezza delle melodie del canto aggese e il particolare affiatamento tra i cantori non sfuggì ad un grande studioso di canti popolari e di etnomusicologia, il professor Gavino Gabriel, di Tempio Pausania, gran conoscitore ed estimatore di talenti canori e soprattutto grande studioso di musica sarda. Pensò che fosse giusto divulgare i nostri canti portandoli fuori della Gallura per farli conoscere prima in tutta la Sardegna, poi nelle principali città italiane. Fu lui che per primo intuì l’intrinseco messaggio che si cela nei canti della nostra terra; fu lui che capì che tale messaggio non poteva restare confinato nell’ambito della Gallura, ma che doveva essere divulgato e fatto conoscere non soltanto in tutta l’isola, ma anche nel resto d’Italia. Pensò bene, dunque, di organizzare dei concerti prima di tutto in Sardegna e poi nel continente. Portò il coro a Sassari e poi a Cagliari, al teatro civico, dove fu applaudito per ben tre volte in tempi diversi e in formazioni diverse. La prima esibizione a Cagliari era stata patrocinata dalla corale “Giuseppe Verdi” Dopolavoro musicale. Siamo, intorno al 1920.
Ma il successo dei primi cantori di Aggius, non poteva durare in eterno: il peso degli anni cominciò a farsi sentire specialmente sui più anziani. Sempre nel mese di novembre dell’anno 1927, i nostri offrirono uno spettacolo alla Sala Convegni di Milano e dopo questa esibizione il professor Gabriel volle un rimpasto perché i vecchi cantadori cominciavano a creare qualche problema. Posso, a questo proposito, riferire notizie precise in quanto le ho apprese direttamente da mio nonno Giuseppe Andrea Peru: alcuni componenti del vecchio coro, durante le ultime manifestazioni canore, non si mostravano troppo propensi a seguire i consigli del prof. Gabriel che li invitava a non bere (vino, naturalmente) prima delle esibizioni poiché, quando si presentavano sul palcoscenico con qualche bicchiere in più, la loro presenza non appariva molto compita e dignitosa, così come l’esecuzione dei canti non poteva non risentire della traballante capacità di autocontrollo. Capitava spesso che si presentassero sputacchiando sul palco per "rasciassi", pulirsi la gola da residui catarrali, fatto non del tutto piacevole né alla vista, né all’udito degli spettatori. Se poi Gabriel li rimproverava invitandoli a bere magari soltanto dopo la rappresentazione, avevano sempre pronta la stessa risposta: “O Baigneddu (così veniva chiamato amichevolmente Gavino Gabriel), abà bimmu, dapòi turremmu a bi!”.(Gavinuccio, ora beviamo, poi berremo nuovamente).
    Questa loro ultima esibizione alla Sala dei Convegni a Milano fu, infatti, particolarmente penosa. In questa occasione i nostri cantori fecero una pessima figura e la notizia si sparse ben presto in paese. Al loro rientro, si scatenarono le beffe di tutti i paesani sempre pronti, allora come ora, a sfruttare il lato comico e umoristico degli eventi e a ridere e divertirsi alle spalle dei poveri malcapitati. Un bravissimo poeta dialettale di Aggius, Salvatore Biosa, anch’egli cantore, colse l’occasione per dipingere, con tono scherzoso e con versi quasi improvvisati, l’infelice declino dei pur famosi cantori. Mi piace riportare interamente i divertentissimi versi dedicati dal poeta ad ogni singolo componente del coro di cui ripercorre, con tratti brevi ma efficacissimi, la mesta discesa dalle stelle alle stalle, contrapponendo la loro primitiva bravura al fiasco della Sala Convegni di Milano.

Gabriele lu mastru
v’ha pultatu che cimi di Gaddura:
eti fattu un impiastru,
una trista, una pessima figura:
valgogna pa l’aggjesi,
sconzu pa li canti di Gaddura.

E tu, “bozi” sirena,
a alti tempi eri mintuata,
stinurata e lena
contra a li Musi gjà ti sei mustrata:
bozi chi più no sona
istatti in casa candu no sei bona.

O grossu profundu
a alti tempi òlganu paria,
oggj no hai fundu
di cantàni l’ottava in simetria:
lu tò tempu è passatu,
lu to “grossu” è troppu sbuttazzatu.

E tu contra famosa
alti tempi eri priziata,
oggj falsa e tramposa
candu più bisugnai sei mancata:
sei “contra” e veru è,
istatti in casa candu no sei bè.

O tippi putenti
tantu mintuatu in pizzinnia,
chindi in continenti
di fa bedda figura ti cridia:
chindi in Sala Convegnu
mancu seti vinuti a chiddu impegnu.

La to dulzi almunia
ch’eri decanu di li to’ cantori,
ha  presu alta ‘ia
hai postu li canti in disonori:
o falzittu dichitu
chizi spulgatu e chindi arrughitu.

V’emmu a paldunà
e lampemmu la culpa a la fummazza;
ma no pudeti nigà
ch’erati una beltula di mazza;
sarà forsi l’etai
o rimbambiti chi no erati mai.

 

Gabriel il maestro
vi ha portato quali cime di Gallura:
avete fatto un pasticcio,
una triste, una pessima figura
vergogna per gli aggesi,
sconcio per i canti di Gallura.

E tu, “bozi” serena,
che in altri tempi eri famosa,
scordata e fiacca
sei andata contro le Muse:
“bozi” che più non suona,
stattene a casa quando non servi più.

O “grossu” profondo
in altri tempi sembravi un organo,
oggi non hai la forza
di cantare l’ottava in simmetria:
il tuo tempo è passato,
Il tuo “grossu” è troppo sgonfiato.

E tu “contra” famosa
in altri tempi eri preziosa,
oggi falsa e ingannevole
al momento del bisogno sei mancata:
sei “contra” ed è vero,
resta a casa quando non sei a posto.

O “tippi” potente
tanto famoso in gioventù,
lì in continente
ti ritenevo in grado di fare bella figura:
lì nella Sala Convegni
siete venuti meno a quell’impegno.

La tua dolce armonia
che eri decano dei tuoi cantori,
ha preso altra via,
hai messo i canti in disonore:
o “falzittu” grazioso
qui voce limpida e lì rauco.

Vi vogliamo perdonare
e diamo la colpa alla nebbia;
ma non potete negare
che eravate un tremendo fastidio;
sarà forse l’età
o rimbambiti che non eravate mai.

 

Il coro con Gavino Gabriel


Qualcuno ha avanzato il sospetto che la poesia fosse stata dettata da una punta di invidia da parte dell’autore che non fu incluso nel quintetto di Gabriel. Ma una lettura attenta fa capire benissimo che tale affermazione non può che essere infondata  perché dai versi traspare unicamente il desiderio di divertirsi, tipico del carattere aggese, che riesce sfruttare tutte le occasioni per mettere in atto la sua capacità di sorridere.  
Ed infatti i versi rimbalzarono subito in tutto il paese e i diretti interessati se l’ebbero un tantino a male, specialmente quando altri cantori, in vena di scherzare, si presentavano di notte sotto le loro finestre e, chitarra in mano, cantavano la serenata dedicando a ognuno la propria strofa della canzone. Ma tutto poi finiva…in gloria: dopo le prime rimostranze e le prime lamentazioni: “Beh! Entrate in casa che beviamo”. E magari erano le tre del mattino! Ad onor del vero dobbiamo dire che, nonostante la loro forma non fosse perfetta, anche in quella occasione i nostri ricevettero, insieme col loro maestro, “una accoglienza improntata alla più viva simpatia”.  

Il coro si rinnova

Gavino Gabriel, a questo punto, volendo continuare il suo programma con il quale intendeva far conoscere in tutta Italia i canti della nostra terra, per non correre il rischio di qualche scivolone dei pur bravi, ma ormai troppo anziani cantori, ritenne che fosse giunto il momento di operare qualche sostituzione per garantire più freschezza e sicurezza al gruppo vocale. Si rivolse allora a Giuseppe Andrea Peru, famoso per la sua voce possente, grande conoscitore dei canti tradizionali sacri e profani, sicuramente il cantore più affidabile per portare avanti con competenza il coro di Aggius. Era necessario sostituire almeno due cantori che, per raggiunti limiti di età, avevano perso la floridezza e la sicurezza necessarie per garantire stabilità ed intonazione. Siamo verso la fine dell’anno 1927, più precisamente negli ultimi giorni del mese di dicembre: in questo periodo nacque il secondo coro di Aggius che, in pratica, risultava formato da tre elementi del primo e da due nuovi elementi, più giovani e più freschi:

Giuseppe Andrea Peru            bozi (sostituiva Francesco Aunitu);
Giorgio Spezzigu                     tippi;
A. Pietro Cannas                     contra;
Pietro Sanna                            bassu;
Salvatore Stangoni                 falzittu (sostituiva Pietro Paolo Peru).

Bozi e falzittu, dunque, sono affidati a due nuovi cantori (Giuseppe Andrea Peru era poco più che cinquantenne e Salvatore Stangoni aveva venticinque anni), in grado di sostenere con tranquillità le loro parti che, come sappiamo, sono molto importanti: la bozi perché è la base del coro; lu falzittu perché richiede particolari qualità vocali che solo una voce giovane può garantire.
Il rimpasto voluto da Gabriel e operato da Giuseppe Andrea Peru, provocò non pochi malumori in paese, soprattutto da parte dei diretti interessati che si videro esclusi senza troppi complimenti. Ma c’erano di mezzo la buona fama e il buon nome di tutta la Sardegna e non solamente di Aggius e i due esclusi, nonostante in passato avessero contribuito egregiamente alla diffusione della nostra cultura in tante città importanti, ora l’età alquanto avanzata impediva loro di offrire un timbro di voce limpido ed intonato, di garantire una buona esecuzione e, quindi, un felice esito delle manifestazioni. Si adombrarono alquanto, inizialmente, ma poi capirono che la soluzione era giusta e che il loro tempo canoro era concluso. Anche su altri componenti della nuova formazione cominciavano a pesare gli anni (Pietro Sanna, il più anziano, aveva già superato la settantina), ma erano ancora in grado di sostenere il loro compito perché cantavano parti meno impegnative, almeno dal punto di vista puramente vocale.  
Il nuovo coro, sempre guidato da Gabriel, fu nuovamente ospite, nello stesso anno della sua costituzione, della Società Corale “G. Verdi” di Cagliari e si esibì al Teatro Civico. Era presente numerosissimo pubblico, come sempre accadeva quando Gabriel, con i suoi pastori (come tali, infatti, erano presentati i nostri cantori), faceva sentire le meravigliose melodie della nostra isola. In questa occasione fu annunciato  che era prossima un’altra tournée di Gabriel e dei suoi cantori nel continente per proporre, in molte città italiane, i nostri nobili canti. Iniziò, così, il momento più significativo del coro di Aggius che lo porterà in moltissimi teatri della penisola, dove sarà sempre apprezzato ed applaudito.


L’anno 1928 segnò il momento più significativo del secondo coro di Aggius: ebbe, infatti, inizio la più importante delle tournée che lo portò attraverso le principali città d’Italia.
La prima tappa fu Firenze. Nella Sala Bianca di Palazzo Pitti tutti gli intellettuali della città, da anni amici di Gavino Gabriel (Giovanni Papini, Paolo Orano, il pittore Ghiglia...), si sono dati convegno per festeggiare la sua presenza e per ascoltare il suo coro di quattro  pastori sardi in barretta e calzoni a campana. Erano quattro, infatti, e non cinque perché Giorgio Spezzigu soffriva di influenza e fu costretto dalla febbre a rimanere in albergo. Non ostante l’assenza di un componente del coro gli applausi si fecero sentire già dai primi canti. Giovanni Cau, dell’Unione Sarda, così provò a descrivere i nostri cantori: “Giuseppe Andrea Peru non sembra forse il sole occiduo bonario e tiepido? La barba biondiccia, rada, le guance paffute e rosee, gli occhi placidi un poco sporgenti, e segnati da una sottile incavatura che li fa sorridere perennemente; io lo guardo il bravo tenore e m’entra nel cuore il sole di Gallura sul feldspato del granito. Vicino a lui ecco il basso, il Cavaliere Sanna, settantaquattrenne, ispido cespuglio di rovo, groppa di sirboniscu pugnace, la bocca rientrata, gli occhietti assenti indifferenti alla grazia sottostante della sala meravigliosa. Terzo Cannas, più alto di tutti anche quando è seduto: è un Giove sardo allungato e sceso pari pari dall’Olimpo greco alle pasture di Gallura. Ultimo il falzittu Stangoni l’acromatore  delle note, il ricamatore che cerca ardente la nota, la trova, si sofferma un istante nell’unisono, se ne allontana poi capriccioso, ardito, veloce, folle e cerca ancora in trapassi terribilmente pericolosi su spaventevoli abissi di disarmonia, l’accordo, il riposo, mentre il basso e il contra lo rimproverano sommessamente, gli additano la via, il rifugio, la pace”.

 Il coro durante la visita a D'Annunzio

Visita al Vittoriale    

Ma il momento più interessante dei nostri “magnifici cinque”,  fu quello che li vide ospiti del grande quanto stravagante poeta pescarese Gabriele D’Annunzio che li accolse calorosamente nella sua villa chiamata “Il Vittoriale degli italiani”, a Gardone, sul lago di Garda. Il rapporto del poeta con il canto sardo era avvenuto tramite Gavino Gabriel, suo grande amico. In un telegramma del novembre 1927,  trasmesso a Gavino Gabriel in seguito al rinvio di un’audizione del primo coro di Aggius, così si esprime: “Ero andato ieri a Verona con l’impazienza di riabbracciarti e di testimoniare il mio costantissimo affetto ai miei sardi. Fui deluso. Sarei molto contento se tu me li conducessi al Vittoriale...”. Più avanti ebbe luogo l’audizione, dopo la quale il poeta ringraziò il Gabriel con queste parole: “Mio caro Gavino, iersera tu venisti a consolare il martire, sulla fine di una giornata tormentosissima. Gli accordi della tua chitarra, nei modi mistici del tuo popolo, e le infinite melodie che del tempo e dello spazio sembrano fare una sola immensità vivente mi rapirono di là dalla mia tristezza e del mio corruccio...”. E ancora: “Il dono che tu mi hai fatto è incomparabile. Ma, dopo tanto rapimento, la vita cotidiana m’è più dura. Non mi risveglio ancora. Ti abbraccio”.
Nel gennaio 1928 D’Annunzio volle al Vittoriale il Coro sardo, il coro di Aggius, e l’ospitò per tre giorni.  Egli stesso aveva prenotato per i cantori l’albergo Fasano sulle rive del lago di Garda, ed ogni giorno mandava a prenderli due ufficiali di cavalleria alla guida di due lussuose  automobili. La sera li faceva riaccompagnare in albergo.
Il Poeta amava la Sardegna e la Sardegna gli andò incontro attraverso la tenace attività propagandistica di Gavino Gabriel. Alcune lettere poco note di D’Annunzio, testimoniano quanto il poeta amasse l’isola e quanta ammirazione ci fosse in lui per il canto sardo nel quale coglie “fascino misterioso”, “cerchio magico”, "divina chitarra”, “indicibile aumento di vita interiore”, “infinite melodie che del tempo e dello spazio sembrano fare una sola immensità vivente”.
Appena arrivarono al Vittoriale il primo giorno, furono accolti in un grande salone dal Comandante che li aspettava con impazienza. Dopo un caloroso saluto li fece accomodare in antiche poltrone, lise ma sontuose e molto comode. Offrì loro del vino dell’Abruzzo, il suo paese (era di Pescara). Chiese che cosa ne pensassero e qualcuno rispose: “Buono”. Ma era solo un complimento: il vino, infatti,  era “pisciarello”. Li invitò poi ad eseguire un canto. Giuseppe Andrea Peru intonò, con la sua voce grandiosa, uno dei canti più noti del repertorio aggese: Lode
(Clicca sul lettore per ascoltate la registrazione originale del 1934)
.
Il poeta restò a bocca aperta, commosso, in religioso silenzio. Subito dopo volle conoscere i loro nomi e fu attirato in modo particolare dal cognome di Giuseppe Andrea Peru. “Tu sei il capo coro, gli disse, e il tuo cognome deve avere un'origine importante. Vediamo”. E si mise a consultare lì per lì la sua biblioteca alla ricerca di un’etimologia illustre, concludendo finalmente: “Ecco, il tuo cognome deriva da imperium e così ti chiamerò d’ora in poi”. Spesso il vate preferiva ascoltarli a distanza e perciò si allontanava e quasi si nascondeva alla vista dei cantori perché, diceva, in tal modo poteva meglio cogliere l’impasto corale e la perfetta armonia delle voci.  
In casa del poeta rimasero dunque tre giorni, riveriti e serviti come non mai da dodici giovani donne in abiti alquanto succinti, gambe nude e reggiseno a vista; le quali sedevano su antichi tappeti direttamente sul pavimento con un atteggiamento sensuale ed accattivante. Inizialmente produssero un certo imbarazzo nei nostri, soprattutto nei più anziani che cose del genere non erano abituati a vedere tutti i giorni. Roba da pazzi! “L’ommu no era be, era mezu maccottu” (L’uomo non era del tutto a posto, era mezzo pazzo), commentava mio nonno quando mi raccontava tali avventure. Ma, francamente, il disagio non durò poi troppo a lungo perché subito prevalse lo spirito faceto e brioso che caratterizza gli aggesi il quale tramutò lo stordimento iniziale in piacevole, giocoso e arguto divertimento: “Pietro Sanna, - disse Giuseppe Andrea al basso del coro che era il più anziano dei cinque - perché non vai a grattare la schiena di quella ragazza dai capelli rossi che ha due piccoli brufoli proprio sulle spalle, uno a destra e uno a sinistra?” “Non è il mio tipo, rispose sornione, a me piacciono solo le brune; e poi ho le unghie troppo lunghe e potrei graffiarla”.
Il giorno dopo il Comandante prese in disparte Giuseppe Andrea Peru e lo invitò a seguirlo: voleva fargli conoscere tutto il Vittoriale e gli illustrò ogni aspetto e ogni angolo della villa. Le famose trentasei stanze senza luce, le cui finestre erano accecate da tendaggi sovrapposti (e la camera era senza finestra) erano piene di bric-à-brac: calchi in gesso, reliquari, incensieri, turiboli, scapolari, tappeti, arazzi, broccati, giapponeserie, draghi indù, tartarughe imbalsamate, bandiere, mitragliatrici, schegge di mortaio, camicie insanguinate. C’erano musei, lo scafo di una nave, libri dappertutto, statue della Madonna e dei santi, nicchie...“Imperium, qual è, secondo te, l’oggetto che qui dentro io amo di più?” Imperium si mise a pensare: la Madonna non può essere e i santi nemmeno perché non crede né all’una né agli altri; lo scafo della nave non aveva nessuna apparente importanza; i libri e gli oggetti vari erano tantissimi... “Non saprei davvero cosa rispondere, comandante, non ho neppure la più pallida idea”. Il poeta si allontanò per qualche istante e si avvicinò ad una nicchia, all’interno della quale brillava un piccolo lume. La aprì ed estrasse uno stilo ricoperto di sangue raggrumato. Fece cenno ad Imperium di avvicinarsi. “Ecco, gli disse, questo è l’oggetto che io amo di più; lo venero e, inginocchiandomi qua davanti, dico ogni sera le mie orazioni. Questo pugnale mi è stato donato da una madre che lo ha estratto dal cuore del figlio colpito a morte. E’ accaduto in una delle mie tante battaglie...”. Fece subito chiamare gli altri componenti del coro e quando furono tutti pronti disse loro: “Davanti a questo sacro tabernacolo voglio ascoltare uno dei vostri canti più suggestivi e più toccanti, il canto della Madre che piange la morte del Figlio. Intonatemi lo Stabat Mater”.  ”Chistu è maccu in tuttu” (costui è tutto pazzo!), pensò Imperium, ma subito iniziò a cantare. Mentre il coro si dilungava nelle meste note del canto della Madonna gemente davanti a suo figlio in croce, il poeta si inginocchiò di fronte al tabernacolo in atto di pregare; una lacrima sincera gli scivolò lungo la guancia…
Il canto finì. Il vate sollevò un volto stralunato e si asciugò le lacrime. Fece cenno a Giuseppe Andrea Peru di seguirlo e continuarono a visitare tutti gli angoli più reconditi della villa. Uscirono finalmente in giardino e si avvicinarono ad un muretto costruito con pietre a secco. “Guarda, Imperium, osserva bene questa pietra; non ti sembra meravigliosa?” gli disse dopo averne afferrato una da sopra il muro. “Comandante, - gli rispose - a me sembra una pietra come tutte le altre”. “Bravo, Imperium. Ecco il vero sardo, ecco il vero uomo, sincero, schietto, libero da qualsiasi forma di adulazione! Al contrario, un giorno vennero a farmi visita alcuni pezzi grossi: ministri, uomini di cultura, magistrati... Mostrai loro questo sasso del tutto insignificante, come tu stesso hai affermato, dicendo che aveva qualcosa di speciale e che era particolarmente bello ed attraente; e tutti pronti a ripetere che era magnifico, interessante, bello davvero. Soltanto perché l’avevo detto io …!”Maccu di lià!” (matto da legare!). ritornarono al salone. Il coro riprese a cantare le sue dolci melodie: Andira, Lode, Brunedda... “Dimmi, Imperium, come fai a cantare così bene?” - “Comandante, io apro la bocca e canto”. Anch’egli, allora, aprì la sua bocca e contorcendo  lingua e mandibola in una smorfia goffa e ridicola, provò ad emettere un suono che poteva rassomigliare a un muggito, a un belato, a un annuncio di temporale,  ad “un lavello che scarica”... ma nulla aveva a che vedere con la voce umana. “Visto? Anch’io apro la bocca, ma non riesco a cantare come te”. - “Giusto, comandante, ma lei non è stato donato dalla natura”. “Bravo, Imperium, le tue risposte sono quelle di un vero sardo, di un vero uomo”; sei l’interprete vero della tua terra, sei il Gallo di Gallura”. Giuseppe Andrea  restò per un momento attonito nel sentirsi definire con tale attributo: ma subito si riprese e, rivolgendosi a Salvatore Stangoni, lu falzittu, suo figlioccio, disse: “Hai intesi, Salvado’! M’ha dittu chi sogu lu jaddu di Gaddura! Ma si eu sogu lu jaddu, tandu tu sei lu jaddittu!” (Hai sentito, Salvatore! Mi ha detto che sono ilGallo di Gallura! Ma se io sono il Gallo allora tu sei il Galletto)! L’espressione piacque tanto al poeta che proruppe in una sonora risata e da quel momento Salvatore Stangoni fu il Galletto di Gallura.

Arrivò il momento del congedo. Il comandante salutò tutti con un forte e caloroso abbraccio, facendosi promettere che sarebbero tornati un’altra volta a fargli visita e a fargli risentire le loro melodie, calde come il sole di Sardegna. “Un abbraccio a te, Giuseppe Andrea Peru, Gallo di Gallura, bozi possente e melodiosa, amico sincero, sardo di razza: nella tua voce c’è tutto il cuore e tutta l’armonia della vostra isola; un abbraccio a Salvatore Stangoni, Galletto di Gallura, lu falzittu; un abbraccio a Giorgio Spezzigu, lu tippi; ad Anton Pietro Cannas, la contra; a Pietro Sanna, lu bassu”. Non era però un addio, ma un arrivederci, una speranza che il vate di Pescara nutriva in cuore per un prossimo ritorno nella sua villa dell’amato, grande coro di Aggius, del coro che portava con se il sentimento primitivo e vergine del popolo sardo, il soffio del maestrale, il sapore del mare incontaminato e il profumo intenso del mirto, del rosmarino, del ginepro, del lentischio...

Continua la tournée

Ed eccoli a Trieste dove, sempre guidati da Gabriel, “un sardo della miglior razza”, come lo aveva definito D’Annunzio, si esibirono nell’Università popolare. I giornali locali dell’epoca parlarono del coro con grande entusiasmo. Il “Piccolo di Trieste” e “Il popolo di Trieste” parlarono di “melodie primigenie” nate da un profondo sentimento religioso, di “canzoni fiorite”, di “canti primitivi d’antichissimo ceppo”. 
Da Trieste il coro si spostò A Milano, poi a Udine e di qui a Torino. Dei concerti di Milano e Udine non si hanno notizie precise: mi resta soltanto il ricordo del nome delle due città dai racconti di mio nonno. Per quanto riguarda l’esibizione a Torino troviamo notizie su un articolo intitolato “Canti di Gallura al Teatro di Torino”. Dopo aver proposto un’ampia spiegazione sullo svolgersi della melodia dei canti di Gallura, l’autore si sofferma ad analizzare la tecnica del canto che egli definisce “singolarissima” e tenta di fornire spiegazioni sul modo di emettere la voce del gallurese. Mette comunque in evidenza gli effetti particolari che “furono notati nell’audizione offerta iersera dai compagni del Gabriel” e conclude affermando che “i bravi galluresi furono calorosamente applauditi”.
Il viaggio del nostro coro si concluse a Genova dove si esibì al Teatro ‘Nazionale’. In questa occasione Gabriel “illustrò, con una esposizione lucida e dotta, davanti a foltissimo pubblico le origini, la forma e il carattere dei canti eseguiti dai cinque autentici galluresi”. A conclusione dell’articolo, dal titolo ‘Audizione del coro sardo al Nazionale a firma di a. r., si legge: “Una serata bellissima sia dal lato artistico che culturale, che può essere fonte di studi non infecondi se avverrà che degli appassionati come Gabriel vogliano accingersi a raccogliere e ordinare questo sacro deposito della vetusta Sardegna prima che la civiltà che avanza non ne travolga l’ultima traccia”. Il Coro Sardo a Genova presentò due tipi di moda, ossia di polifonia vocale: un tipo a canto spianato cui appartengono i canti religiosi e le canzoni di serenata (tasge) con ritmo libero, e un tipo a imitazione strumentale che comprende i canti a ballo con ritmo misurato. Nel medesimo articolo sono anche indicati i titoli dei canti con i primi due versi in dialetto e nella traduzione italiana, ma sono evidenti numerosi errori come, ad esempio, le seguenti parole attribuite allo Stabba, (corruzione di Stabat Mater) che nulla hanno a che vedere con le sacre parole della celebre lauda di Jacopone da Todi:
Ancora chi l’ausenzia
Tra noi dui si dia,
La nostra benevolenzia
Esisti comm’esistia.  
 
I versi riportano la seguente traduzione: Anche se l’arditezza tra noi due si desse, la nostra benevolenza esiste come esisteva.
Queste parole, come meglio si vedrà in seguito, appartengono ad un altro canto che viene chiamato “Tuldiò”. Bisogna notare, inoltre, che la traduzione è completamente sbagliata perché ausenzia significa lontananza e non arditezza, come riportato nell’articolo.  

Termina a questo punto la lunga tournée che durò per ben quaranta giorni. I nostri cantori avevano promesso a Gabriele D’Annunzio che sarebbero ritornati a fargli visita nella sua bella villa; ed il poeta volle ricordare tale promessa nella lettera inviata a Giuseppe Andrea Peru nel gennaio dell’anno 1928 (la lettera porta la data di 28 dicembre 1928, ma ovviamente, c’è stato un errore del poeta perché si era nel gennaio dello stesso anno), insieme alla quale spediva a tutti i componenti del coro una certa somma destinata a pagare “le spese di ferrovia e di piroscafo“ ed una sciarpa di lana “contro il freddo che non offenda le vostre gole calde di melodia, com’eran l’altra notte nell’ora del commiato”. La promessa era così suggellata. All’interno della busta indirizzata a Giuseppe Andrea Peru, vi era un biglietto per ciascuno degli altri componenti. In quello per Salvatore Stangoni si legge:
a Salvatore Stangoni Galletto di Gallura
la Befana del Vittorile
Ma le circostanze della vita non concessero ai cantori di mantenere l’impegno e la visita al Vittoriale non poté essere ripetuta. Qualche componente del coro ormai aveva superato i settanta anni (Pietro Sanna ne aveva settantaquattro) e quindi non solo cominciava a venir meno il desiderio di viaggiare, ma anche le capacità canore principiavano a perdere lo smalto e la brillantezza dei bei tempi.

lettera 01 
 lettera 02
 lettera 03
La lettera che Gabriele D'annunzio consegnò a Giuseppe Andrea Peru,
l'originale è custodita dal nipote Giuseppe


Chi volesse leggere tutta la storia dei cori di Aggius, sino ai giorni nostri puo’ richiedere il libro Cinque Voci in Armonia compreso il cd allegato con registrazioni dal 1928 ad oggi, di tutti i cori di Aggius.

 

Per capire meglio il coro e la figura di Giuseppe Andrea Peru riportiamo un articolo scritto dal figlio, Pietro Peru, sulla figura del padre.

Giuseppe Andrea Peru - Ziu   Gjaseppa  Andria  - Mannu

In quanto scritto non c’è nessuna forma di fantasia, ma la pura verità.
Mi sono, ovviamente, limitato a riportare solo i passi più salienti
della vita di mio padre…. ma ci sarebbe altro da dire…..
Pietro Peru

Giuseppe Andrea Peru

Ho letto tante cose, ho visto tante cose, ho sentito tante cose, ho fatto tante scritto tante ho parlato di persone che hanno destato ilarità e di altre che hanno lasciato ai posteri un'impronta stupenda di virtù, e di insegnamenti memorabili.
Non ho mai scritto di Giuseppe Andrea Peru, mio padre, proprio per dicerie e per non dare adito ad interpretazioni sbagliate, ho accettato per dire qualcosa su quest'uomo di cui tutti parlano ma pochi sanno. Cosi, oggi mi sento in dovere di farlo.
Giuseppe Andrea Peru, uomo probo, umile, silenzioso, sereno, gioviale dall'animo semplice, onesto in ogni cosa, dedito a mandare avanti con decore ed onestà la sua famiglia. Affabile con tutti, lavoratore puntiglioso e preciso senza mai venir meno agli impegni presi anche nei momenti più difficoltosi che i tempi presentavano alla umanità.
La natura lo aveva dotato di una voce calda, piena, possente, da far invidia  celebri tenori che calcavano i palchi dei più grandi teatri del mondo. <lo senti tuo padre?….> disse un grande tenore a uno dei miei fratelli che studiava canto mentre andavano a trovarlo in campagna. «Solo nel chiamarti ha toccato con estrema facilità il "Do alto'». l grande tenore era Bernardo Demuro, di Tempio.
Mio padre amava cantare dappertutto, quando potava la vigna nelle belle giornate d’aprile faceva a gara con miriadi di uccelli che trillavano mentre costruivano i loro nidi  e ne usciva  un concerto mirabile che si spandeva nell'aria tiepida di primavera. Se le arcate della parrocchia potessero farci risentire quelle messe cantate solenni, le nostre preghiere salirebbero avvolte da una misticità profonda che il silenzio imprimeva in ogni anima orante.
Le funzioni della Settimana Santa raggiungevano il "clou" in ogni melodia. Il Passio, il Gloria laus et honor, il Miserere  intonati dalla sua calda voce elevavano gli animi verso le infinite altezze del cielo, dove li accoglieva il Tibi soli peccavi che lui stesso si accompagnava all'armonio. Il Regina Coeli  lalettare della Pasqua iniettava nel cuore di tutti quella vera gioia della  Resurrezione del Signore.
Non erano pochi coloro che dai paesi vicini e dalla città di Tempio venivano a sentire questi canti: persone di rango e di sensibilità musicale profonda, che lasciavano il paese con un solo commento «Gjasepp Andria è Gjasepp’Andria!»
Fra queste persone non mancava mai il Prof. Gavino Gabriel.
In tutto questo non ho mai visto mio padre esaltarsi, ne vantarsi…Egli rifuggiva gli elogi. Cantare in chiesa per lui era pregare, solo pregare e lo faceva con fede profonda, in giusta sintonia con l'Altissimo. Agli elogi non dava troppo ascolto. Era sincero con se stesso e con gli altri. E se qualche volta  sbagliava, non aspettava che gli altri glielo rinfacciassero, era il primo ad ammetterlo pubblicamente.
Gli appellativi Gallo e Galletto di Gallura, hanno fondamento nella visita fatta al Vittoriale, dove risiedeva Gabriele D’Annunzio.
Il poeta ricevette il coro di Aggius il 28 dicembre del 1928, se non vado errato, almeno cosi è datata la lettera scritta a mio padre da D'Annunzio "Se tu e gli altri mi amate, rapitemi stasera e portatemi ad Aggius e fatemi una capanna la sul Tummeusoza, (naturalmente una capanna di severi), perche io sia svegliato ogni mattina dal canto del Gallo di Gallura, che ieri sera mescolava la sua voce... ece. ecc. Non ha fatto, quindi, alcuna menzione e attribuzione a nessun componente del coro pur dicendo nella lettera mescolava la sua voce al vostro coro antico quanto l'alba il poeta, quindi, non ha nominato alcuno dei cinque ne tampoco ha puntato il dito verso nessuno. Ha solo scritto una lettera a Giuseppe Andrea Peru, che mio padre poi, scherzando sulla frase abbia detto: "Sidd'eu sogu lu gjiaddu (puntando il dito sul  figlioccio Balori) tu sei lu ‘’gjiaddittu’’ è tutt’ un'altra cosa.
La frase fu attribuita al D'Annunzio come fosse nomina pubblica per mio padre e per Balori. Il Gallo di Gallura è l'emblema  della nostra terra, di questo, l’ embo di terra  meravigliosa.
Quello che pochissimi sanno, invece, è quello che  in realtà è  successo nella sontuosa villa del Garda.
Il  Poeta,  lasciando nel salone delle feste i molti invitati, conti, marchesi, onorevoli ministri e via dicendo, prese sottobraccio Giuseppe Andrea Peru e  per oltre due ore si assentarono: fecero una accurata visita alla grandiosa villa. «In ogni stanza-mi raccontò mio padre vi era una storia da raccontare da ricordare e lui me la narrava per filo e per segno, con tutti  particolari,  minuziosamente. Per ultimo entrammo in una stanza dove c'era un altare, apri una specie di tabernacolo e tirò fuori un  pugnale, "Vedi -commento’- questo pugnale me lo ha regalato una mamma che lo estrasse dal petto del figlio eroicamente caduto sulle montagne del Trentino. Io lo conservo come una reliquia; ed ogni sera vengo a dire una preghiera davanti a quest'altare per questo caduto quando tornammo nel salone delle feste trovammo gli ospiti intirizziti dal freddo: E undi diaulu seti stati? fu la  domanda di Antonpetru Cannas, in gjiru pa tutta la villa fu la semplice risposta di mio padre-e non fece commenti.
Durante il ricevimento il poeta offri agli ospiti un abbondante rinfresco. Brindarono con spumante locale e D'Annunzio chiese a uno del coro: «Che ti sembra e come trovi  questo vino?». Naturalmente l'interrogato rispose che, era buono. E lui ringraziando si volse a mio padre: «A te non te lo chiedo perchè immagino la tua risposta!». Finito il rinfresco  gli altri del coro dissero a mio  padre: «Cosa avresti risposto tu?». E lui  schiettamente: «Aria rispostu: ‘’PISCIU’’.
Risero come matti  dandogli pienamente ragione.
Nella tarda primavera del 1929 dei giornalisti accreditati alle migliori testate del tempo piombarono ad  Aggius per intervistare mio padre. Ricordo, era di sabato. Lui stava crogiolandosi un pò al sole caldo, com'era solito  fare prima del pranzo.  Uscivo da scuola e trovai tutta quella gente in casa ,  che centellinava un buon bicchiere di moscato  produzione famigliare che era nostro vant Interessati alle notizie riguardo alla visita fatta a Gardone le domande rivolte furono parecchie alle quali mio padre rispondeva  con pacatezza e precisione. Alla fine uno di loro  fece questa domanda: Signor  Peru, voi che ne pensate di   D'Annunzio?». E mio padre, con la solita sua flemma:  «Come poeta, tanto di cappello! Come uomo, per me, era un porco». I giornalisti restarono di stucco. In quei tempi  parlar male di D’Annunzio voleva dire ‘’galera’’.«Perche?» insistette uno di loro. «Perche' -rispose mio padre- aveva e credo che anche ora le abbia, una quindicina  di ragazze. Durante ricevimento ce le presento nude, con quel freddo che faceva. Finito ricevimento, prima di salutarci le fece entrare Ves tite da monache…voi  che cosa avreste pensato?.  I giornalisti risero da matti ?».
Questo era mio padre, Giuseppe Andrea Peru.
Per chiudere vorrei portare alla memoria e alla conoscenza di tutti che Giuseppe Andrea Peru, alle nozze  reali del Principe di Piemonte, assistette alla parata militare seduto al fianco del principe quale rappresentante della Sardegna.
In eta’  avanzata il ‘’ Gallo" ha smesso di cantare.
Diventava sempre più sordo e la vista non lo aiutava più. Finche ha potuto i lunghi pomeriggi estivi li trascorreva tra la vigna più vicina al paese e seduto, per qualche ora, sul muraglione della piazzetta, insieme agli amici raccontando ai compaesani le fiabe del "Mille e una notte", fiabe che sapeva a memoria. Tutti lo ascoltavano in silenzio e con massima attenzione. Negli ultimi anni della sua vita perse la vista e l'udito Riusciva soltanto a recarsi nella chiesetta del Ss. Rosario dove si raccoglieva in silenziosa preghiera in casa ripeteva sempre, quasi tra se e se: lo moriro' nel giorno che ho festeggiato di più in chiesa: la di di li Tre Re (L’Epifania).
E cosi fu.
Si spense dopo sei giorni di letto. Nei primi tre giorni parlo’ con tutti noi,poi tacque come lui stesso ci preannuncio’.  Si è spento serenamente nella notte del 6  gennaio 1971, portandosi dietro un solo triste rammarico: la morte anzitempo del primo figlio (Antonio): No! Iddu no dia muri pal primma!». Se n'è andato in punta di piedi, silenziosamente, a novantasette anni d'età, lasciando a noi figli un testamento infiorato di religiosità, onestà, dirittura morale, rispettosità verso tutti e tutto. Questi era Giuseppe Andrea Peru, mio padre. Un uomo che trovava nel canto la felicità e la gioia di lodare Iddio con tutta l'enfasi della sua anima.

GiuseppeAndreaPeru2

pulsante MatteoPeru

pulsante SettimanaSanta

Go to top