Aggius il paese del bel canto...

L'Associazione Culturale Matteo Peru nasce col proposito di non perdere quanto seminato negli anni dal maestro e anzi di proseguire nella sua traccia, promuovendo la pratica del canto e la riscoperta delle autentiche tradizioni popolari.

intro

Le origini

La storia del primo coro di Aggius e del suo incontro con Gabriele D'Annunzio al Vittoriale.

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Il Coro di Matteo Peru

Matteo Peru è stato il più significativo interprete dei canti di Aggius. Fonda il Coro nel 1953 su invito del fratello Nanni.

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Rievocazione dei riti della Settimana Santa così come si svolgevano in paese fino al Concilio Vaticano secondo che, indetto da papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 e aperto ufficialmente l'11 ottobre 1962, terminò il 7 dicembre 1965. Il Concilio ha creato alcuni cambiamenti nella liturgia della chiesa cattolica ai quali anche la cerimonia di "Chita Santa" ha dovuto sottostare. Fortunatamente, però, ad Aggius la tradizione si mantiene ancora viva. Il coro Matteo Peru, oltre ai canti che ancora oggi si possono sentire soprattutto durante il Venerdì Santo, conosce tutti gli altri che con la liturgia attuale non sono più stati eseguiti da oltre quaranta anni, e precisamente i canti del mattuttinu.
Nella solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, le sue sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Resurrezione.

Chita Santa inizia con la Domenica delle Palme o, più propriamente, Domenica della Passione del Signore. Per la precisione dobbiamo dire che il programma vero e proprio della Settimana Santa, si iniziava con la prima Domenica di Passione, ossia 15 giorni prima della solennità Pasquale, quando lugubri veli coprivano le sacre immagini e le stesse croci esposte nella chiesa.
In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma. La folla, radunata dalla notizia dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione e, agitandoli festosamente, gli rendevano onore.
La liturgia si svolge al di fuori della chiesa parrocchiale davanti alla chiesetta di Santa Croce (col nuovo parroco don Piero Scano avviene di fronte alla chiesa del Rosario), dove si radunano i fedeli e dove il sacerdote, leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo e di palma che, dopo la lettura di un brano del vangelo, vengono distribuiti ai fedeli. Durante la distribuzione il coro canta l'antifona "Hosanna Filio David", seguita dalla seconda antifona "Pueri Hebraeorum" e subito dopo il salmo 1 (Domini est terra).
Finita la distribuzione, inizia la processione fino alla porta di jescia manna. La porta resta chiusa, mentre all'interno si è già sistemato un coro che risponderà al canto dell'inno "Gloria, laus et honor", scritto dal vescovo Teodolfo d'Orleans nell'ottavo secolo, ripetendo sempre la prima strofa, mentre il coro esterno canta tutte le altre.
Concluso il canto, Il priore dei confratelli picchia tre volte alla porta di chiesa; la porta si apre e il sacerdote, seguito dai fedeli, entra in chiesa con il coro che canta all'unisono: Ingrediente Domino.
Il popolo si sistema e i confratelli occupano lo spazio a loro riservato, il coro, dietro l'altare. Ha inizio la celebrazione della Messa, caratterizzata dal canto della Passio Domini nostri Iesu Christi, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico. Fin oltre gli anni cinquanta la Passio veniva cantata integralmente e, benché durasse ben più di un'ora, i fedeli stavano in piedi e ascoltavano in religioso silenzio il lungo canto senza dare alcun segno di fastidio o di insofferenza. Il racconto della Passio prevede l'intervento di un cronista che narra gli avvenimenti (anticamente stava sulla trona, il pulpito); del coro che interpreta i personaggi delle vicenda (la folla, Pilato, Pietro, etc,) e del sacerdote che impersona Cristo.
Teniamo presente che la Passio si canta anche durante la liturgia del Venerdì santo.
La liturgia della Domenica delle Palme prosegue con la messa cantata che tutti in paese conoscono, durante la quale (offertorio e comunione) si ripetono i canti che abbiamo già sentito.

Passiamo ora a descrivere l'Officium Tenebrarum, detto anche Mattutino, che abbracciava (usiamo ora il passato perché oggi questa liturgia non si attua più) gli ultimi tre giorni della Settimana Santa: Giovedì, Venerdì e Sabato Santo. Il Mattutino rivestiva un carattere di profonda mestizia e di profondo lutto per la morte del Cristo.
Si chiamava Ufficio delle Tenebre sia perché veramente in origine si recitava di notte, sia perché alla fine venivano spenti tutti i lumi della chiesa a ricordare le tenebre che ricoprirono la terra alla morte del Signore. La recita del Mattutino, quindi, inizialmente avveniva di notte. In seguito, per favorire una partecipazione più massiccia del popolo, la recita venne anticipata al pomeriggio del giorno prima, quindi i tre Mattutini si succedevano nel primo pomeriggio di mercoledì, giovedì e venerdì santo.
Davanti all’altare, a destra dell’Epistola ardevano, su di un candeliere triangolare (detto saettìa), quindici candele, più altri sei ceri a parte. Tutto ciò, in origine non aveva altro scopo che quello d’illuminare la chiesa, perché il Mattutino era recitato di notte; in seguito assunse un simbolismo tutto particolare: le quindici candele che sormontavano il candeliere triangolare raffiguravano gli undici Apostoli fedeli e le tre Marie (le tre donne che furono ai piedi di Gesù durante la sua crocifissione e che tradizionalmente sono identificate come: Maria, madre di Gesù, Maria Maddalena (detta anche Maria di Magdala) e Maria di Cleofa, cioè moglie di Cleofa anche lei discepola di Gesù e madre di Giacomo e Giuseppe; la candela più alta rappresentava la figura di Cristo. L'Ufficio era cantato nella chiesa parrocchiale dai confratelli di Santa Croce e del Rosario.
Per ogni salmo cantato si spegneva una candela, solo l'ultima non veniva spenta. L'Officium tenebrarum consisteva nel canto di tre notturni. Nel primo notturno si cantavano le "Lamentazioni" di Geremia: Incipit lamentatio Ieremiae prophetae. I versetti sono poetici e gli ebrei li contrassegnavano con le lettere dell'alfabeto ebraico (aleph, beth, ghimel, daleth ...). Il cantore solista cantava i versetti, mentre il coro cantava le lettere iniziali di ogni versetto. Alla fine di ogni lamentazione si cantava: "Ierusalem, Ierusalem, convertere ad Dominum Deum tuum" (ritorna al Signore Dio tuo).
Il secondo notturno, Ex tractatu Sancti Augustini episcopi, era cantato da un cantore solista.
Il terzo notturno, "De Epistola beati Pauli apostoli ad Haebreos", era cantato dal coro con introduzione del solista (il canto dell'epistola fortunatamente sopravvive anche oggi).
L'Ufficio delle tenebre proseguiva con il canto delle "Lodi", altri cinque salmi e terminava col cantico di Zaccaria "Benedictus Dominus, Deus Israel", in tono grave e sommesso, a cori alterni se erano presenti due cori, diversamente con alternanza di un solista e del coro all'unisono.
Terminato il cantico si spegnevano tutte le luci della chiesa. Restava accesa l'ultima candela del candelabro. Durante la recita dell’antifona finale “Christus factus est pro nobis oboediens usque ad mortem, mortem autem crucis“, anche questa veniva presa dal sacerdote o dal priore della confraternita e messa sotto l'altare, ad indicare la morte e la sepoltura di Gesù, e l'amore dei suoi discepoli sopraffatto dalla paura: Gesù è abbandonato, rinnegato e tradito da coloro che ha più amato. È l’ora delle tenebre. Solo in quel momento si recitava il "Miserere", in tono retto (risatu in dialetto), non cantato, bensì declamato. Alla fine del Miserere si produceva un forte strepito, un fragoroso rumore, il "terremoto": confratelli e fedeli scuotevano le sedie e sbattevano libri, piedi e mani sui banchi per rievocare lo sconvolgimento delle forze della natura seguito alla morte di Gesù. Subito dopo tutti, rispettando un profondo silenzio, uscivano di chiesa.

Giovedì Santo
Il giovedì Santo, dopo la Messa "In coena Domini", si legavano le campane in segno di lutto per la morte del Cristo e i ragazzi annunziavano l’orario delle funzioni e del mezzogiorno passando per tutte le vie del paese, agitando strumenti di legno quali la baròniga (in italiano battola, tavoletta di legno con maniglie mobili in ferro) e lu riu-rau (raganella, strumento a raschiamento in legno, che produce suoni tramite la rotazione di una lamina flessibile che viene raschiata da una ruota dentata fissata su un manico) e gridando, ad esempio: primmu toccu di mattuttinu. Il Santissimo si collocava nel cosiddetto altare del sepolcro, l'unico ornato di fiori e di lumi. La Messa "In coena Domini", in passato, era di mattina. Durante la messa si faceva la lavanda dei piedi e la reposizione del Santissimo sacramento nell’altare (cerimonia con la quale si ripone il SS. Sacramento nel tabernacolo dopo l'esposizione nell'ostensorio).

Venerdì Santo
Anche il venerdì l'azione liturgica era di mattina mentre il mattutino si svolgeva di pomeriggio. Il vangelo del venerdì era, ed è tuttora, sempre quello di Giovanni. Come per la Domenica delle Palme, la Passio era tutta cantata nella versione integrale. Il narratore raccontava gli eventi stando sulla trona (il pulpito), mentre sull'altare il coro interpretava i personaggi delle vicenda (il popolo, Pilato, Pietro, etc,) e il sacerdote sosteneva la parte del Cristo.
Dopo il vangelo vi erano le orazioni solenni. Prima di ogni orazione, il sacerdote invitava i fedeli a genuflettersi in questo modo: flectamus genua, cui seguiva l'invito, da parte del priore, ad alzarsi: levate. Arriva il momento dell'adorazione della croce. L'adorazione è preparata dal canto dell'antifona, per tre volte; il sacerdote, tenendo in mano la croce velata, scopre prima le due braccia e poi tutto il corpo del Cristo innalzando ogni volta la tonalità del canto: "Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit". Il coro risponde: Venite adoremus. L'antifona era cantata anticamente con una melodia molto semplice, abbastanza sbrigativa e, in verità, non troppo bella. È stato don Piero Baltolu a modificarla introducendone una nuova, molto più bella e più adatta alla circostanza.
Concluso il canto, i fedeli si avvicinano uno alla volta a baciare la croce e, nel frattempo, il coro canta gli Improperia, ossia i "rimproveri" che Gesù rivolse agli ebrei dalla croce: Popule meus, quid feci tibi? Aut in quo contristavi te, responde mihi. Al solista è affidato il compito di declamare i vari rimproveri mentre il coro risponde sempre col verso di cui sopra.
Durante la comunione, il coro canta il Vexilla regis prodeunt, tratto da un poema di Venanzio Fortunato, uno degli ultimi rappresentanti della poesia latina (V - VI secolo) con l'assolo di O crux.
Inizia poi la predica della morte del Signore e delle sette parole di Cristo dalla croce, seguita dalla deposizione, "lu sgraamentu", ossia lo schiodamento di Cristo dalla croce. Il coro esegue lo Stabat Mater solenne, attribuito a Jacopone da Todi e il Miserere solenne: sono, crediamo, i canti più altamente coinvolgenti e struggenti di tutta la Settimana Santa e, forse, di tutto il nostro repertorio religioso. Il quinto versetto del Miserere, “Tibi Soli Peccavi”, è cantato con la massima devozione dal solista.
A notte fonda i confratelli uscivano ancora per le vie del paese cantando il Miserere processionale con un tono molto lugubre: era questa la “Pruzissioni di dinotti".
Termina, così, la Settimana Santa che dà luogo alla gloria della Resurrezione di Gesù la domenica di Pasqua.
Dalla chiesetta del Rosario parte una processione con la statua della Madonna, vestita di celeste: il Figlio è risorto e la Madre si avvia per incontrarlo. La popolazione si divide in due parti: una segue la processione con la statua della Madonna che parte dalla chiesetta del Rosario e che, per consuetudine, oggi è accompagnata dalla banda musicale mentre in passato, confratelli e popolo cantavano inni alla Madonna; l'altra segue la statua del Cristo risorto partendo dalla chiesa parrocchiale; i confratelli di Santa Croce intonano il canto Laudate Dominum omnes gentes.
Il canto si protrae per tutto il percorso fino alla piazzetta. Qui avviene l'intoppu, ossia l'incontro di Cristo con sua madre Maria. I confratelli che portano la statua della Madonna si inchinano di fronte al Cristo risorto: la madre, dunque, si inchina al Figlio, perché il Figlio è Dio, il Padre di tutto l'universo. Si fa una breve sosta durante la quale il coro canta il Regina caeli.
Quando il canto finisce, ci si avvia verso la chiesa parrocchiale, mentre i confratelli ripetono il Laudate Dominum fino alla sistemazione del Cristo e della Madre rispettivamente a sinistra e a destra dell'altare. Il coro ripropone il canto del Regina caeli e subito dopo inizia la messa cantata.

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