Aggius il paese del bel canto...

L'Associazione Culturale Matteo Peru nasce col proposito di non perdere quanto seminato negli anni dal maestro e anzi di proseguire nella sua traccia, promuovendo la pratica del canto e la riscoperta delle autentiche tradizioni popolari.

intro

Le origini

La storia del primo coro di Aggius e del suo incontro con Gabriele D'Annunzio al Vittoriale.

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Il Coro di Matteo Peru

Matteo Peru è stato il più significativo interprete dei canti di Aggius. Fonda il Coro nel 1953 su invito del fratello Nanni.

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Matteo Peru Una vita per il canto

Matteo Peru è stato il più significativo interprete dei canti di Aggius. Egli, pur avendo studiato canto al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma e pur avendo avuto l’opportunità di diventare un grandissimo e famosissimo tenore a livello mondiale, lasciò la gloria imminente per ritornare al suo paese dove è riuscito a far rivivere le grandi tradizioni del passato interpretandone, con immenso calore, i sentimenti più vivi e più genuini.
Nacque ad Aggius, il 25 marzo del 1914. La sua fanciullezza non si discostò da quella di tutti i bambini ed i ragazzi del paese. Frequentò le Scuole Elementari con tutte le difficoltà che i tempi imponevano: era necessario, infatti, contribuire al mantenimento della famiglia e dunque, come tutti i suoi fratelli, lavorava in campagna accudendo le capre, coltivando l’orto, curando le vigne di famiglia e quelle altrui. Già da bambino, però, si sentiva enormemente attratto dai canti della sua terra che aveva modo di ascoltare quasi quotidianamente dal padre, Giuseppe Andrea. Col padre cantava spesso in chiesa, con la sua voce bianca e dal padre e dagli altri cantori apprese tutte le melodie religiose e profane. Approfittò della presenza in paese del Maestro Azara di Tempio, che veniva per insegnare la musica ai ragazzi che avevano intenzione di costituire la Banda Musicale, per imparare i primi elementi della teoria e del solfeggio. Studiò mandolino e chitarra, strumenti che ad Aggius erano presenti in ogni famiglia, riuscendo ad acquisire una buona dimestichezza con entrambi.
Durante la settimana santa dell’anno 1932, all’età di ventidue anni si ammalò il padre Giuseppe Andrea, il grande cantore dalla voce possente che, per la prima volta, non poté cantare il venerdì santo. Pertanto il compito di intonare il “Tibi soli peccavi”, un versetto del Miserere che viene eseguito da una voce solista con accompagnamento d’organo fu affidato al figlio Matteo. Per l’occasione, essendo impedito Giuseppe Andrea Peru, il Miserere fu intonato da Gabriele Serra (Capriedda), noto per la grandiosità della sua voce. Fu questo il momento cruciale della vita di Matteo. In paese quel brano così emozionante, eseguito da un cantore tanto giovane, suscitò  apprezzamenti di ogni genere. La sua voce melodiosa, intonata e sicura toccò nell'intimo l’animo profondamente religioso degli aggesi e qualcuno pensò bene di suggerirgli che quel meraviglioso dono di natura non poteva rimanere inutilizzato. Chi lo stimolò maggiormente fu Leonardo Concas che lavorava a Roma e che riuscì a convincerlo ad intraprendere gli studi di canto al Conservatorio di Santa Cecilia. Era l’anno 1936 e da questo momento ebbe iniziò una vita di studio intenso, di grandi sacrifici e di sofferenze che lo porteranno a raggiungere non soltanto il traguardo del diploma, ma anche la possibilità di intraprendere una meravigliosa carriera come tenore lirico, carriera che, come vedremo, stava per portarlo in alto, molto in alto e che, invece, decise di interrompere per ritornare nella sua terra natia.
Iniziò gli studi da privatista col maestro Pecci che non era un maestro di canto, ma un passatore di spartiti e da questo apprese i primi rudimenti della tecnica vocale. Possedeva delle qualità naturali che gli permettevano di apprendere i canoni dell’arte canora con incredibile velocità e con estrema facilità. Bruciò le tappe soprattutto con la seconda insegnante, Lidia Bocci Brunacci, sotto la guida della quale perfezionò l’impostazione della voce e, dopo soli due anni, nel 1938, era già in grado di affrontare il palcoscenico. Insieme con la maestra eseguì il suo primo concerto. In piazza Argentina, all’Istituto Besso, ebbe modo di manifestare ad un pubblico attentissimo e particolarmente preparato, tutta la sua profonda vis espressiva, la sua voce calda, melodiosa, duttile, accattivante. Sulle note delle romanze più celebri (Il lamento di Federico, da L’Arlesiana di Cilea; Una furtiva lacrima, da Elisir d’amore di Donizzetti; Addio Mignon, fa core, da Mignon di Thomas; Mamma, quel vino è generoso, da Cavalleria rusticana di Mascagni; Recondita armonia, da Tosca di Puccini) che provocarono un diluvio di applausi, ebbe inizio una rapida affermazione che gli procurò tante gioie, ma anche tanti problemi. La rapida notorietà, infatti, suscitò molte invidie da parte di colleghi che non riuscivano ad affermarsi e che in ogni modo cercarono di ostacolarlo. Ma i tentativi non ottennero alcun risultato: ogni giorno riceveva inviti a dare concerti nei più illustri istituti e circoli culturali di Roma.
In seguito fu allievo del maestro Ullu, insegnante di composizione al Conservatorio di Santa Cecilia, col quale studiò molte opere tra cui le verdiane Rigoletto e Traviata.
matteoperu 02Sul finire dello stesso anno (1938) incontrò a Roma il grande tenore Bernardo Demuro, già amico del padre. Egli, dopo averlo sentito cantare ed averne largamente apprezzato le doti canore, si offrì di dargli qualche lezione soprattutto in merito all’emissione dei suoni. Dal grande maestro apprese forse più di quanto aveva appreso finora: venne fuori tutta la sua la voce piena, grandiosa, sempre avanti. L’esperienza con Demuro gli diede sicurezza e spigliatezza tanto che, l’anno seguente (1939), partecipò ad un concorso indetto dall’EIAR, la RAI di oggi, per voci liriche. Vinse il concorso senza colpo ferire con una magnifica interpretazione di Addio Mignon, ed uscì dalla sala delle audizioni accompagnato dai complimenti e dalle felicitazioni della commissione giudicatrice. Caso volle che, qualche giorno dopo si svolgesse, sempre indetto dall’EIAR, una audizione per canzoni napoletane. Quasi per gioco, ma soprattutto per curiosità, volle partecipare anche a quel concorso. Si presentò e chiese di essere ascoltato pur senza aver adempiuto alle formalità della domanda di ammissione. Fu accettato e, dopo una breve prova con l’orchestra, cantò con grande sentimento la canzone Torna a Surriento. Appena ebbe termine la prova, la commissione lo fece immediatamente chiamare per comunicargli che aveva vinto il concorso e che poteva essere assunto immediatamente. Ma egli spiegò che non aveva concorso per il posto, ma solo per puro diversivo; ringraziò la Commissione e rinunciò all’offerta. Era sua intenzione, infatti, concludere gli studi e poi, eventualmente, sfruttare il concorso già superato per voci liriche: l’opera, invero, è stata la sua grande passione. Anche negli  ultimi anni della sua vita ascoltare una romanza, una delle tante romanze che furono tutte suoi cavalli di battaglia, gli procurava una gioia indicibile che, accompagnata da tanti ricordi, gli riempiva gli occhi di lacrime. Almeno per un giorno avrebbe voluto togliersi di dosso trenta o quaranta anni per rivivere quei magici momenti quando, ancor pieno di vitalità e di entusiasmo, affascinava l’uditorio con la sua voce seducente ed avvincente.
Concluso il Conservatorio e ottenuto il diploma, iniziò gli studi di perfezionamento sotto la guida di diversi maestri tra i quali il M° Morelli, direttore dell’orchestra dell’EIAR e dell’orchestra di Santa Cecilia. Con lui preparò numerosissime opere liriche e finalmente, qualche anno più tardi, nel 1947, fece il suo esordio in un’opera completa, Il barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini, sotto la direzione del maestro Zama, al teatro di Frosinone. A breve distanza seguì l’esecuzione completa dell’opera Lucia di Lammermoor, di Gaetano Donizzetti, al teatro di Terracina. Era molto richiesto dappertutto: teatri, cenacoli culturali, chiese… Il suo repertorio era assai ricco e vario. Nel campo della lirica cantava Rigoletto, Traviata, Falstaff, di Giuseppe Verdi; Bohème, Madama Butterfly, Tosca, di Giacomo Puccini; Elisir d’amore, Lucia di Lammermoor, di Gaetano Donizzetti; Amico Fritz, Cavalleria Rusticana, di Pietro Mascagni; Andrea Chénier, di Pietro Giordano; La Gioconda, di Amilcare Ponchielli; Il barbiere di Siviglia, di Gioacchino Rossini; e poi Bellini, Cilea, Massenet, Thomas. Ed inoltre canti di carattere religioso: Ave Maria di Schubert; Ave Maria di Gounot,  Ave Maria tratta dall’intermezzo della Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni; Panis angelicus, di C. Frank; Messa da requiem, di Lorenzo Perosi; Tantum ergo, di Zaninetti ed una infinità di altri brani che sarebbe troppo lungo citare. Nonché un nutrito numero di romanze e di liriche dei più svariati autori.
Ma, ad un certo punto, sopraggiunsero problemi di salute: insonnia, inappetenza, dolori di stomaco cominciarono ad affacciarsi sgarbatamente, a procurargli sofferenze e timori. Intanto le agenzie teatrali lo invitavano in continuazione a dare concerti; gli agenti lo stimolavano a non abbandonare proprio nel momento in cui stava per raggiungere il culmine del successo. Ma spesso aveva tali malesseri addosso da sentirsi morire.
La decisione di lasciare fu drammatica, ma impellente: doveva recuperare la salute, al resto avrebbe pensato in seguito. Capiva benissimo che abbandonare l’arte proprio nel momento più fulgido poteva pregiudicare tanto lavoro, tanti sacrifici, tante soddisfazioni. Non era, però, possibile fare altrimenti. Nel 1950, quando era pronto a salire il podio del grande successo, quando gli sembrava che potesse e dovesse vivere soltanto per il canto, quando gli si stavano spalancando le porte di tutti i teatri che lo avrebbero portato ad una affermazione inimmaginabile, prese la più sofferta delle risoluzioni: rientrare in paese. Era molto debole e carente di salute, ma l’aria pura dei suoi monti, il contatto con i familiari, il ritorno alle radici in breve tempo operarono in lui il miracolo tanto desiderato. Tornò in forze, riacquistò la salute e, soprattutto, si rafforzò l’entusiasmo per il canto. Cantava tutto il giorno, a casa, in campagna, con un sentimento di immensa gioia e di sincero trasporto.
Era trascorso del tempo e l’idea di riprendere la via del teatro forse ritornava nella sua mente; ma la quiete del paese, la pace offerta dai suoi boschi e dai suoi monti, gli regalavano una serenità totale che forse non era più possibile trovare nel mondo di quell’arte che pure gli apriva orizzonti quasi impensabili. Bisognava tornare ad una vita troppo movimentata, troppo stressante. Quale effetto avrebbe potuto avere sulla salute da poco riacquistata? Disse di no a se stesso e rinunciò per sempre alle "croci e delizie" dell’arte musicale.
Conobbe nel frattempo Chiara Fara, donna sensibile, intelligente, di carattere molto calmo e sereno, in grado di offrirgli una vita tranquilla, distesa e rilassata quale richiedevano il suo animo ed il suo temperamento. Si sposò e si dedicò a curare la proprietà della moglie che era situata nella Bassa Valle del Coghinas e nel territorio della frazione di Azzagulta. Cambiò vita, dunque, ma non dimenticò il canto. Quasi quotidianamente la sua villetta in Aggius, circondata da un bel vigneto con intorno alberi da frutto e un piccolo orto ricco di pura acqua sorgiva, risuonava della sua incantevole voce che riproponeva a se stesso le indimenticabili melodie che segnarono i momenti più splendidi di una carriera interrotta proprio mentre stava per raggiungere la vetta.

 

Il coro di Matteo Peru

Frattanto in paese continuavano a formarsi gruppi canori quasi estemporanei che si potevano ascoltare soprattutto durante i riti della Settimana Santa. Mancava, però, un coro ufficiale pronto ad affrontare possibili richieste di partecipazione a manifestazioni fuori del paese. Fu proprio il fratello Nanni ad avere la felice idea di invitarlo a costituirne uno che avesse stabilità e soprattutto fosse in grado di presentarsi con sicurezza a qualsiasi tipo di spettacolo. Accettò di buon grado: non era il canto lirico, ma era pur sempre canto e, per di più, il canto della sua terra, di quella terra che gli aveva restituito salute e gioia di vivere. Nacque in tal modo il coro di Matteo Peru che, in seguito, avrebbe portato i canti del nostro paese in tutta l’Europa ed anche al di là di questa. La formazione corale era così composta:

Giovanni Andrea Peru (Nanni)                   bozi;
Matteo Peru                                                 bozi e tippi;  
Leonardo Biosa (Narduccio)                       contra;
Giovanni Battista Muzzeddu (Baciccia)     bassu;
Andreino Biancareddu (Amedeo)              falzittu.

I cinque si incontravano quasi quotidianamente per le prove a casa di Matteo Peru o di Nanni Peru e da Matteo, che alle qualità canore univa una profonda conoscenza dei canti della sua terra, appresero alcune indispensabili nozioni tecniche di emissione della voce e l’arte di fondere ed intonare le cinque voci. Del resto erano tutti buoni conoscitori dei nostri canti, che avevano appreso da bambini ascoltando i loro padri e non avevano mai dimenticato. Da questo momento, la vita di artista di Matteo Peru fu dedicata esclusivamente al coro di Aggius che con lui raggiunse l’apogeo, in una stupenda attività più che trentennale di cui tenteremo di seguire almeno le tappe principali. Fino a qualche giorno prima della sua morte, ormai novantenne, ha continuato la sua opera di grande “maestro del folclore”, titolo onorifico di cui è stato insignito dall’Ente Provinciale per il Turismo di Nuoro, curando con alta competenza e con orecchio ancora tanto vigile da far invidia ad un giovane, il nuovo coro di Aggius intitolato al suo nome. Riceveva i cinque componenti nella bella villetta immersa nel verde, all’interno del paese, e trasmetteva loro tutto il suo entusiasmo, tutto il suo amore, tutto il suo sentimento di sardo, di aggese che conservava nel cuore il soffio rigoglioso della giovinezza.
Ai canti di Aggius ha saputo restituire la semplicità e la genuinità delle origini, togliendo malformazioni e false interpretazioni che, col passare degli anni, ne avevano inquinato la purezza. Il canto tradizionale, infatti, si presta ad esecuzioni diverse; ma quando queste sono proposte da cantori grossolani e rozzi, rischia di perdere l’autenticità originale. Tutto ciò succedeva anche ad Aggius. I nostri canti, come del resto tutti i canti della Sardegna, sono nati dall’animo del popolo e, perciò, non possono che esprimere sentimenti nobili e puri che spesso però sono stati travisati e deturpati dalla povertà canora e spirituale di alcuni interpreti. Forse proprio per questo motivo egli ha mostrato un particolare interesse per i canti liturgici della nostra tradizione: era convinto infatti che il canto non doveva essere un semplice abbellimento dell’azione liturgica, ma essere esso stesso liturgia, celebrazione. E mentre è abbastanza difficile accogliere nel proprio io canti proveniente dall’esterno della nostra espressione culturale, risulta del tutto naturale pregare con i canti della tradizione. I quali, è noto, sono nati in lingua latina: ma se le parole potevano essere incomprensibili alla maggior parte dei fedeli, le melodie davano un valido contributo alla partecipazione di questi ultimi alla preghiera. Affiorava spesso, nella sua mente, il ricordo del canto dei Vespri della Settimana Santa: il coro degli anziani intonava le suggestive melodie dei salmi mentre un raggio di sole illuminava il rosone della chiesa. Era un invito alla meditazione ed alla devozione. Poco importava se le parole non erano del tutto comprese, perché quelle dolci armonie erano pura preghiera; pregava il coro che cantava, pregava il popolo di Dio che ascoltava.
matteoperu 03Non si deve del resto dimenticare che qualche volta è possibile lodare il Signore senza le parole, benché queste costituiscano la base fondamentale del canto che vuole essere innanzitutto preghiera. Le jubilationes gregoriane, ad esempio, erano caratterizzate da lunghi vocalizzi sulle sillabe della parola alleluia che davano luogo ad un vero e proprio “canto senza parole” e che altro non era se non un meraviglioso inno di gloria a Dio, uno jubilus, un grido di gioia, semplice esultanza. È questa l’interpretazione di sant'Agostino: “Qui jubilat non verba dicit, sed sonus quidem est laetitiae sine verbis… Gaudens homo in exsultatione sua ex verbis quibusdam, quae non possunt dici et intellegi, erumpit in vocem quandam exsultationis sine verbis; ita ut appareat, eum ipsa voce gaudere quidem, sed quasi repletum nimio gaudio, non posse verbis explicare quod gaudet”.
Credo che la chiave dell’enorme successo del coro di Matteo Peru consista proprio nel fatto che presentava al pubblico i nostri canti tradizionali restituiti, con cura meticolosa e con grande competenza, alla semplicità ed alla purezza delle origini.
Dopo circa sei mesi il coro era pronto ad affrontare qualsiasi impegno. Siamo nella seconda metà dell’anno 1954 e l’occasione arrivò di lì a poco. L’EIAR (RAI) stava organizzando una trasmissione radiofonica (la televisione ancora non era arrivata in tutte le parti d’Italia) intitolata “Il campanile d’oro”, una sagra di folclore tra tutte le regioni della penisola. In paese, oltre al coro di Matteo Peru, esisteva anche il coro di Salvatore Stangoni. Arrivò in Comune la richiesta di partecipazione del coro di Aggius alla trasmissione suddetta. Il sindaco di allora, Luca Pisano, consapevole dell’importanza della manifestazione, pensò bene di convocare i due gruppi corali, invitandoli a trovare un’intesa per la formazione di un coro che risultasse composto da elementi dell’uno e dell’altro gruppo e che fosse in grado di ben rappresentare il nostro paese. Tale accordo, però, non ci fu in quanto Salvatore Stangoni non accettò di far parte da solo dell’altro coro perché non volle separarsi, neppure temporaneamente, dal resto del suo gruppo vocale. Pertanto il compito di rappresentare Aggius fu affidato al gruppo di Matteo Peru. I cinque partirono per Roma ed ebbe così inizio l’avventura del Campanile d’oro, trasmissione alla quale parteciparono numerose squadre dilettantistiche delle diverse regioni d’Italia. Inizialmente erano previsti incontri mensili a confronto con gli altri gruppi italiani e si procedeva per eliminazione. L’esclusione o la permanenza in gara delle varie regioni era decisa dal numero di cartoline a favore che venivano spedite dalle varie parti d’Italia. Tali incontri divennero poi settimanali fino a quando si arrivò alla finale. Erano rimaste in lizza, manco a dirlo, anche le due isole maggiori, Sicilia e Sardegna (quest’ultima rappresentata da due cori sardi, la “Brigata canora” di Alghero ed il coro di Aggius), oltre alla Puglia e alla Lucania. Il campanile d’oro fu assegnato alla Sicilia, ma il risultato non piacque ai rappresentanti delle altre tre regioni finaliste (qualcuno parlò di brogli nello spoglio delle cartoline), che diedero origine ad una levati di scudi tale da far temere per il buon esito della conclusione della gara. Puglia e Lucania protestarono tanto vivacemente che per loro, classificatesi al secondo posto (si presentavano infatti con un’unica squadra), fu istituito un secondo premio consistente in due piccoli campanili d’oro, uno ciascuna. E la Sardegna? Come mettere la faccenda della Sardegna che aveva suscitato grande entusiasmo di pubblico? Si provvide immediatamente ad istituire un terzo premio che, per riguardo (e forse anche per timore) della grande esclusa fu chiamato: “Premio speciale offerto dal Centro Studi Musicali e Folcloristici alla squadra che meglio ha saputo interpretare lo spirito del proprio folclore”. Tutto a posto, dunque; la pace sembrava assicurata. Ma al momento delle prove della trasmissione televisiva della premiazione, quando fu invitata a presentarsi la Sardegna, nell’auditorio si fece un improvviso silenzio. Si ripeté più volte l’invito: dei rappresentanti della Sardegna neppure l’ombra. Grande imbarazzo degli organizzatori. Qualcuno propose di saltare la Sardegna, qualcun altro affermò che ciò non era possibile, che in tal modo poteva succedere il finimondo. Per fortuna si fece avanti un elettricista, tecnico della RAI, a dire che i sardi erano andati a cena e che sarebbero tornati in tempo per la trasmissione. All’imbarazzo iniziale degli organizzatori subentrò un rilassante sollievo e la felicità prese il posto del panico precedente. Arrivò finalmente il momento della cerimonia: Sicilia e Sardegna si avvicendarono in una serie di “numeri” canori e tra loro si inserirono Puglia e Lucania. Il nuovo coro di Aggius ebbe manifestazioni di affetto a non finire: la sua carriera non poteva iniziare in un modo migliore.
Ebbero inizio, così, le straordinarie vicende del coro diretto dal maestro Matteo Peru che porteranno i cantori ed il nome di Aggius in ogni parte d’Italia, in molte nazioni europee ed anche fuori del vecchio continente.
Non è facile seguire tutte queste tappe, anzi è quasi impossibile perché gli stessi protagonisti, da me interpellati, non hanno saputo fornire date e dati precisi, soprattutto dal punto di vista cronologico. Ricordano, infatti, molte delle loro esecuzioni e le relative località ma, quanto a date, la loro memoria non sempre riesce a… dare i numeri esatti.
La prima tappa importante si fece in Belgio. Nel frattempo era stato preparato anche un corpo di ballo tradizionale, formato da numerose coppie di bambini che avevano ricevuto un meticoloso e perfetto addestramento da Andreino Biancareddu, falzittu del coro ed abile ballerino. Il ritmo dei balli era segnato dall’organetto di Ninuccio Peru, figlio del più abile dei suonatori di organetto, Pietro Peru. Ninuccio era anche il chitarrista del coro e accompagnava Matteo Peru nei meravigliosi canti a solo del nostro repertorio.
Dopo l’avventura belga, nel coro ci fu piccolo riordinamento: per motivi di lavoro Leonardo Biosa, contra, dovette lasciare il gruppo. La sua assenza creò qualche temporaneo problema perché non era facile sostituire un cantore ben affiatato con gli altri, buon conoscitore di tutti i canti tradizionali e dotato di un orecchio finissimo. Una parte, la contra, che poteva essere svolta anche da Andreino Biancareddu ma, in questo caso, si doveva rinunciare a lu falzittu che, per quanto voce ad libitum, non poteva mancare nel coro senza che questo ne risentisse, non soltanto dal punto di vista armonico, ma anche, e soprattutto, da quello della tradizione e della peculiarità. Pensa e ripensa, si trovò la persona adatta: Tonino Cassoni, legato da vincoli di parentela a tutti gli altri componenti del coro e dotato, anch’egli, di un orecchio particolarmente fino. Non si era mai cimentato nel canto aggese, ma conosceva bene tutte le nostre melodie. Accettò l’invito con una certa titubanza, anche perché doveva affrontare, dopo qualche giorno, un impegno non indifferente quale era quello di partecipare alla festa del Redentore, che si tiene ogni anno a Nuoro, alla fine del mese di agosto. Qualche prova, pochi canti, e via verso il primo impegno nuorese. Tutto andò bene, anche meglio del previsto. I nuoresi hanno sempre avuto un grande rispetto per il nostro coro, in modo particolare per il suo maestro Matteo e lo accolsero con grandi manifestazioni di simpatia. L’avventura del Redentore finì in uno scroscio di applausi e Tonino Cassoni capì di essersi inserito perfettamente nel gruppo e di essere in grado di contribuire, come tutti gli altri, al suo successo.
A questo punto comincia ad infittirsi il buio sulle infinite manifestazioni nelle quali fu presente il nostro gruppo corale. Si possono dare, alla rinfusa, alcuni nomi di località italiane ed europee che lo hanno ospitato: Inghilterra, Danimarca, Francia, Spagna, Germania. In Italia furono ospiti di numerosissime città, grandi e piccole di molte delle quali nessuno di loro ricorda più neppure il nome.
Dopo anni di grandi successi si arrivò ad un altra sostituzione. Tonino Cassoni, contra, ottenne il posto di lavoro nel Banco di Sardegna di Luogosanto e pertanto si vide costretto ad abbandonare i suoi amici. Ancora una volta si dovette andare alla ricerca di un cantore che fosse dotato di buone qualità canore e che fosse un buon conoscitore dei canti della nostra terra. Si trovò nella persona di Tonino Carta, personaggio simpatico e burlone, innamorato delle nostre melodie, che cantava spesso con i suoi “compagni”. Aggiungersi al coro fu per lui un’impresa affatto semplice: bella voce, orecchio fino, traggju elegante, si inserì immediatamente nel gruppo senza incontrare la benché minima difficoltà. Ha avuto anche il merito di annotare le date principali delle manifestazioni alle quali partecipava il coro per cui, dal 1964 in poi, è possibile una più precisa ricostruzione delle varie tappe del nostro quintetto    
L’esordio di Tonino Carta nel coro di Matteo Peru iniziò con una manifestazione che si tenne a S. Remo nel 1964, per la trasmissione “Europa in fiore” alla quale parteciparono tutti gli stati d’Europa, raffigurati da un carro addobbato di damigelle e di una miriade di fiori. Alla rassegna intervenivano numerosi gruppi europei e l’Italia fu egregiamente rappresentata dal coro di Aggius e dal balletto di Bono.
Nel 1965, a L’Aquila, il club dei rotariani organizzò una manifestazione con la partecipazione di un coro sardo e, per l’occasione, fu invitato quello di Aggius. Per esplicita richiesta degli organizzatori furono eseguiti canti religiosi, soprattutto del periodo natalizio, ossia quelli della novena di Natale: Regem venturum Dominum, Laetentur caeli, En clara vox, Magnificat. In questa occasione il gruppo di Aggius fornì anche qualche “attore”: Ninuccio Peru interpretò la parte di S. Giuseppe e Giovanna Maria Peru, figlia di Nanni, bozi del coro, quella della Madonna.
Nel mese di aprile dell’anno 1966, fu organizzata in Germania la Settimana Sarda alla quale intervennero numerosi gruppi vocali e balletti da tutte le parti della Sardegna. Le manifestazioni si tennero in molte importanti città tedesche quali Monaco, Norimberga, Berlino ovest, Hannover, Amburgo, Francoforte, Stoccarda. Al coro di Aggius, come viaggio premio, fu concessa una visita a Berlino est, allora ovviamente separata dalla parte ovest dal famoso muro di Berlino, crollato nel 1989.
L’anno 1969, nei primi del mese di luglio, vide il nostro coro in Belgio e subito dopo nuovamente a L’Aquila, proprio nel giorno in cui Neil Armstrong appoggiava il primo piede umano sulla luna. Una coincidenza significativa: l’incontro tra il passato e le nuove frontiere del futuro.
L’anno seguente, 1970, nel mese di giugno, il coro fu invitato al teatro Quattro Fontane in Roma, in occasione del premio “Grazia Deledda”. Erano presenti alla trasmissione gli attori Ubaldo Lai, Amedeo Nazzari, Paride Rombi, Leo Sardo, Marisa Solinas. La nostra isola era ben rappresentata dal gruppo I Bertas e dal coro di Aggius
Il 1971 segna una tappa molto importante: per la prima volta il nostro coro varcò i confini dell’Europa per arrivare in Egitto. Siamo nel mese di aprile. Nel paese delle Piramidi si organizzò una settimana sarda alla quale non poteva mancare il quintetto di Aggius. Si presentò con una formazione leggermente rimaneggiata: il basso Muzzeddu, per motivi di lavoro, non poté essere presente e venne sostituito da Ivo Biancareddu. Nessun problema, neppure questa volta: i Biancareddu sono una famiglia di cantori eccellenti che hanno ereditato dal padre Matteo la capacità di interpretare istintivamente i nostri canti con grande facilità, con grande amore, con immenso entusiasmo. All’ombra delle grandi Piramidi, le calde melodie aggesi riecheggiavano tempi remoti, civiltà trascorse ma sempre presenti.
Una delle più importanti manifestazioni alla quale partecipò il coro di Matteo Peru fu sicuramente la rappresentazione della “Passione”. Si trattava di una serie di laude drammatiche e di sacre rappresentazioni italiane dal secolo XIII al secolo XVI, a cura del regista polacco Kazimierz Dejmek, che ebbero inizio il 14 marzo 1972, al Teatro lirico di Milano e si protrassero fino a quasi tutto il mese di aprile dello stesso anno. L’opera fu rappresentata per ben quaranta giorni. I cinque del coro di Aggius impersonavano la parte del popolo. I protagonisti dell’opera erano interpretati da attori professionisti tra cui l’attrice Gabriella Giacobbe. La formazione del coro era le seguente:

Giovanni Andrea Peru (Nanni),     bozi;
Matteo Peru,                                   tippi;
Tonino Carta,                                  contra;
Aurelio Biancareddu,                     bassu;
Andreino Biancareddu,                 falzittu.

Aurelio Biancareddu sostituiva egregiamente il basso Giovanni Battista Muzzeddu che, anche in questa occasione, per motivi di lavoro si era trovato nell’impossibilità di partecipare ed Ivo non poté essere disponibile perché impegnato a scuola. Aurelio non ebbe nessun problema ad inserirsi nel coro: conosceva bene i canti, era dotato di un buon orecchio, di una voce grave, rotonda, ben intonata. Qualche prova e tutto fu a posto. La suggestione dei nostri canti colpiva gli spettatori e scrosci di applausi erano, in ogni recita, riservati anche al coro. Gli articoli comparsi nei quotidiani e nei settimanali durante i giorni delle varie rappresentazioni dell’opera, dimostrano chiaramente quanta attenzione venisse riservata dalla critica anche al “coro dei pastori di Aggius”. I canti eseguiti per l’occasione erano i seguenti:
Stabat mater
Miserere mei, Deus (con l’assolo del Tibi)
Passio secondum Matteum (alcuni brani tratti dalla passione secondo Matteo riferiti al momento in cui la folla grida a Pilato di liberare Barabba e di crocifiggere Cristo).

Ecco una rassegna di giudizi critici sulla presenza del coro di Aggius nella sacra rappresentazione:

“Quando voi cantavate ho provato più volte sensazioni intense e profonde tali da farmi accapponare la pelle” (Gabriella Giacobbe, interprete principale, nelle vesti della Madonna, dell’opera “La Passione”).

“Desidero dirvi subito che i vostri canti danno un contributo prezioso allo spettacolo.... Noi siamo dei vostri amici ed estimatori e vi ringraziamo del prezioso contributo alla “Passione”” (Paolo Grassi, Sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano).

“Prezioso e davvero importante è stato l’apporto del coro dei pastori di Aggius” (Fontana, di “Avanti”).

“C’è poi il popolo, la cui voce è affidata allo stupendo coro dei pastori sardi di Aggius” (Greco, di “Gente”).

“Una vera trovata sono le arcaiche canzoni sarde eseguite dal coro dei pastori sardi di Aggius” (Terron, di “La notte”).

“Il quintetto dei cantori galluresi di Aggius alza, da un certo punto in poi, le immagini sceniche su un fiato di misteriose e potenti coralità popolari” (Roberto Monticelli de “Il Giorno”).

“D’altra parte, questa “Passione” non è solo la tribolazione di Cristo, ma offre anche qualche lido meno cupo: è la scena dell’accettazione del Messia, quella dell’ingresso in Gerusalemme; è la mirabile suggestione del canto sostenuto dai cinque pastori di Aggius, da questo straordinario coro sardo che si tramanda una vetusta melodia polivocale, d’estremo interesse per chiunque si occupi di musica popolare. L’onda armonica da cui siamo investiti suscita una emozione senza pari” (Odoardo Bertani, “Avvenire”).

“Un grande merito, per l’armonia dello spettacolo, va naturalmente alle scene, ai costumi e ai canti dei pastori sardi di Aggius” (Oggi illustrato, Il sofà delle Muse, 15/04/72).

“C’è poi il popolo, la cui voce è qui affidata allo stupendo coro dei pastori sardi di Aggius”. (Alfredo Ferruzza).

“Abilissimo orchestratore di fatti espressivi popolari, Dejmek ha qui raggiunto il meglio… soprattutto nell’uso sapiente del coro dei pastori di Aggius, che non offrono un accompagnamento polivocale dall’esterno, ma partecipano all’azione dall’interno, dando una dimensione primitiva, quasi barbarica, a questa “Passione””. (Arturo Lazzari, l’Unità).

Sempre nel 1972 il coro partecipò ad alcune manifestazioni al Piccolo teatro di Milano.
Risulta del tutto impossibile ricostruire i numerosissimi interventi del coro a manifestazioni di ogni genere in Sardegna. In ogni occasione importante non mancavano i cinque di Matteo Peru, cui si aggiungeva spesso, soprattutto quando si dovevano eseguire canti religiosi e in particolare la messa, il sottoscritto col compito suonare l’organo e di eseguire le parti recitate.
L’anno 1974 segna una tappa importante nella vita artistica di Matteo Peru. Fu, infatti, invitato dal coro polifonico turritano, diretto dal maestro Gino Porqueddu, ad interpretare come solista la meravigliosa “Disispirata” gallurese trascritta e rielaborata dal grande maestro sardo Ennio Porrino. Era un impegno molto serio: l’opera richiede una voce ben messa e una capacità interpretativa non indifferente. Matteo accettò. Si fecero le prove e in poco tempo coro e solista trovarono quell’affiatamento necessario a presentare il brano ad un pubblico di esperti. Infatti il coro era intenzionato a partecipare alla rassegna internazionale di cori polifonici che si tiene ad Arezzo presentando come pezzo forte proprio “Disispirata” Fu un momento meraviglioso: nel mese di ottobre coro e solista attennero una grandiosa affermazione: il primo premio della rassegna fu assegnato proprio al coro polifonico turritano e al suo grande interprete solista Matteo Peru.  
Nel 1977, al Castello sforzesco di Milano, si tennero alcune manifestazioni per l’estate dei cantori di Gallura che erano impersonati dal coro di Aggius. Sempre a Milano, per l’estate 1977, il giorno 18 luglio, nel cortile del Conservatorio fu presentata dai cantori di Aggius la taja di Gallura.
Se, a questo punto, si volesse trovare un momento preciso da indicare come la conclusione della meravigliosa avventura del coro di Matteo Peru, credo che ciò sarebbe impossibile. Qualche componente, verso la fine degli anni settanta, era ormai stanco del troppo girovagare per la Sardegna, l’Italia, l’Europa e si mostrava alquanto restio ad intervenire, quando veniva richiesto il coro di Aggius. In questi casi si operavano le sostituzioni necessarie, ma una certa forma di stanchezza si faceva sentire un po’ in tutti, tanto che si limitavano a dare il loro assenso solamente in quelle occasioni in cui non potevano farne a meno perché, magari, invitati da grossi personaggi della politica, della cultura, dell’arte. Rifiutavano ormai di cantare all’aperto, anche se con buona amplificazione, e questa credo che sia stata una saggia decisione, poiché il canto perde molto del suo valore se espresso all’aperto. I moderni impianti di amplificazione, pur altamente sofisticati, credo che non possano riprodurre il suono della voce umana in maniera del tutto perfetta. Potrebbero, fors’anche, colmare qualche lacuna o correggere qualche difetto, ma tolgono alla voce la sua naturalità, il suo essere tale, con pregi e difetti.
Nel frattempo la forza del coro di Aggius andò lentamente sfumando, seguendo il corso della natura che vuole che anche i grandi non restino sempre giovani. Eppure, anche gli anni ottanta, almeno per la prima metà, videro il coro riprendere l’antico vigore. Tonino Carta aveva lasciato per motivi di lavoro ma, nel frattempo, era tornato in paese Tonino Cassoni. Quando, nel 1982, il coro fu invitato a Venezia per una manifestazione a livello culturale sul canto sacro, il coro si ricompose sempre sotto la guida di Matteo Peru con la partecipazione di Tonino Cassoni e di Ivo Biancareddu, rispettivamente contra e grossu. Al quintetto si aggiunse anche il sottoscritto come organista per accompagnare i canti religiosi, così come vuole la nostra tradizione. Qualche anno dopo si ripeté la stessa esperienza a Como, e poi a Crema. Ma gli anni ormai pesavano e così, sfumando, il coro di Aggius guidato da Matteo Peru concluse la sua attività sempre in crescendo e lasciando ai posteri una meravigliosa eredità che per nessun motivo dovrà essere perduta.
Dal 1981 Matteo Peru fu chiamato a guidare un gruppo di giovani di Perfugas che avevano deciso di costituire un coro tradizionale. Il coro, nel quale cantava egli stesso, partecipò a numerose manifestazioni tra le quali in Italia e all’estero tra le quali si possono ricordare le seguenti:
Bulgaria – Festival Internazionale del folklore a Zavet – 1992
Bulgaria – Festival Internazionale a Mihailovgrad – 1993
Il festival Internazionale del Folklore e Artigianato a Curitiba in Brasile – 1994
International Folk arts Festival a Kildare Irlanda – 1996
A Cuncordu, Niagara-Toronto-Montreal (Canada) – 1996
Per concludere, si può citare un articolo che mi era stato fornito dallo stesso zio Matteo e del quale, purtroppo, non era indicati né l’autore, né il giornale da cui era stato tratto, che così sintetizza le abilità canore del nostro quintetto e di Matteo Peru in particolare:
“Quando l’armonia prodigiosa scaturita dalle quattro voci dei cantori di Aggius si levava, nella piazza gremita si “intonava” un religioso silenzio. La potenza di quegli accordi, audacissimi e naturali insieme, continua a soggiogare con le sue dolcissime note, con il crescendo dell’accordo, con l’entrata del galletto. La “Brunedda”, pezzo forte del coro di Aggius, ha riportato le melodie di Gallura più care e più vere. La tenera “disispirata”, cantata con la nota bravura da Matteo Peru (che voce, la sua, duttilissima, e quanto sofferta la sua espressione!) ha strappato, nel vero senso del termine, l’applauso dei quindici - ventimila spettatori”.
 

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